La rivoluzione industriale e la questione sociale

Prof.ssa Francomacaro | Quando si parla di rivoluzione industriale si distingue tra prima e seconda rivoluzione. La prima si è svolta nella seconda metà del Settecento mentre la seconda si svolge dalla seconda metà dell'Ottocento ai primi del Novecento. Nonostante la tendenza a voler distinguere i due momenti, risulta evidente che si tratti dell'evoluzione di un unico fenomeno che cambiò radicalmente la vita delle società europee.
I lavoratori della prima rivoluzione industriale, dal punto di vista dell'identità sociale, sono eterogenei non solo per età e per sesso, ma anche perché è differenziato il loro rapporto con la fabbrica: si va da operai che lavorano a tempo pieno, qualificati e non qualificati, a operai a tempo parziale, a lavoratrici o lavoratori che provengono da famiglie contadine e che lasciano più o meno temporaneamente i loro villaggi, a operaie che lavorano fino al matrimonio. In generale, si può distinguere fra un proletariato di fabbrica dequalificato e ridotto ad appendice della macchina (che comprende un gran numero di donne e fanciulli) e un gruppo più ristretto costituito da artigiani qualificati che, entrati in fabbrica, pur organizzati e disciplinati dall'imprenditore, mantengono le proprie competenze e un certo potere contrattuale. Conseguentemente, i rapporti salariali sono estremamente variabili, anche se in generale si può dire che la vita operaia è molto dura. Fatica, lunghi orari (12-16 ore giornaliere), ritmi lavorativi estenuanti, turni continui, disoccupazione ricorrente, infortuni, malattie, epidemie di colera o tubercolosi, reddito insufficiente, assenza di ogni forma di tutela (indennità di disoccupazione, pensione, assicurazione), ambienti malsani fuori e dentro la fabbrica caratterizzano un'esistenza operaia specificatamente segnata dalla precarietà e dallo sradicamento dai tradizionali riferimenti culturali e che oscilla fra la pura sopravvivenza e la miseria e l'indigenza più nere.
Nel nuovo mercato della manodopera occupano un posto rilevante le donne e i fanciulli la cui presenza in fabbrica, soprattutto nel settore tessile o in miniera, disegna il nostro immaginario collettivo sulla prima rivoluzione industriale. Verso il 1830, in Inghilterra le donne rappresentano quasi il 60% e i fanciulli o i ragazzi sotto i 18 anni il 46% dei lavoratori di fabbrica. Le durissime condizioni di lavoro e di vita e le profonde trasformazioni in atto provocano ben presto forme di reazione e di protesta sociale, anche organizzata e violenta. Nonostante la politica repressiva del governo inglese (pena di morte, divieto di associazione, di rivendicazioni e di sciopero), nascono anche nuove forme di organizzazione, dalle società di mutuo soccorso finalizzate al sostegno e alla solidarietà reciproca (in caso di malattie, morte, disoccupazione) ad associazioni che rivendicano migliori condizioni di lavoro, una legislazione che non tuteli solo gli interessi industriali (nel 1825, i lavoratori inglesi ottengono il diritto di associazione) e ben presto anche obiettivi di democrazia politica (ad esempio, l'estensione del diritto di voto a tutti gli uomini adulti). Sta emergendo, insieme alla questione sociale, la possibilità del tutto nuova per i lavoratori di avere e di far valere il proprio punto di vista sulla realtà.
Sugli aspetti sociali causati e/o legati alle rivoluzioni industriali, vi propongo la visione di due video.Il primo video è una sintesi delle teorie e degli interventi che caratterizzano la questione sociale nell'Ottocento. Il secondo video (15 minuti) è una panoramica delle difficili condizioni di vita degli operai nell'Italia dell'Ottocento.