San Paolo e l'amore

Prof.ssa Contenti | Il linguaggio a disposizione di San Paolo e di tutti coloro che hanno scritto su Gesù Duemila anni fa era il greco, che si parlava in tutti paesi attorno al Mediterraneo, anche a Roma. E la lingua greca ( a differenza delle nostre lingue di oggi, che a volte sono piuttosto povere) aveva tre parole per dire l’amore, diverse una dall’altra a seconda del tipo di amore che si intendeva. C’è l’amore di amicizia che attrae e unisce persone che sintonizzano tra loro per carattere, per ideali o per comuni esperienze di vita, e questo amore i greci lo chiamavano “philìa”. C’è l’amore che porta l’uomo e la donna a cercarsi reciprocamente e ad unire insieme le loro esistenze, e a questo i greci davano il nome di “eros”. E c’è anche un amore che non c’entra necessariamente né con l’amicizia né con l’attrazione sessuale: può esserci anche in queste esperienze, ma può esprimersi liberamente a prescindere da questi ambiti. I greci gli davano il nome di "agàpe". Cosa intendevano con questa parola? L’amore che si esprime in maniera totalmente gratuita, che non è condizionato dalla voglia o dallo stato d’animo, né dall’amabilità della persona alla quale si rivolge, e tantomeno dal riscontro che se ne può avere: l’unica ragione che fa scattare questo  amore è il bisogno della persona che sta davanti, la si ama perché ha bisogno di essere amata: che quella persona sia riconoscente per questo, e contraccambi, oppure no, non importa: la si ama lo stesso. I greci conoscevano questa parola agàpe, ma a dire il vero non la utilizzavano molto. I testimoni dell’evento cristiano, allorché si trattò di annunciare (in greco) che l’amore di Dio si è incarnato tra noi nella persona e nella storia di Gesù, trovarono che l’unica parola adatta per dire questo era la terza di quelle che ho elencato: agàpe. L’apostolo Paolo nelle sue lettere non parla mai di eros, una volta sola di “philìa” (l’amore dell’amicizia) e 110 volte di “agàpe”. Che è come dire: Paolo parla soltanto di questo amore.
A Corinto c’era una comunità che appariva divisa in gruppi e conventicole, lacerata da contrapposizioni interne… vi si respirava un clima di individualismo, che poneva alcuni in una posizione di èlite e altri – molti altri – in una situazione di inferiorità… E quelli che facevano parte dell’èlite si esaltavano perché si sentivano più colti degli altri, più maturi nell’esperienza della fede, più dotati di doni straordinari (i cosiddetti carismi, che a Corinto andavano a ruba). Insomma, una chiesa divisa che aveva smarrito il senso della fraternità, della condivisione, della mutua sollecitudine per inseguire esperienze evasive, esperienze cioè che portavano fuori dalla dura realtà di ogni giorno, e fuori anche dal cristianesimo stesso alla fin fine.
Molto conosciuto è il cosiddetto Inno all'amore tratto dalla Prima Lettera di San Paolo ai Corinti.
Guardate questo video, quando avete voglia. Quella di San Paolo è la più bella descrizione dell'amore, non vi pare?